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La piccola tavola opistografa (dipinta su entrambi i lati) fu presentata per la prima volta nel 1981 dallo storico dell’arte Federico Zeri nel corso di un convegno dedicato ad Antonello da Messina. All’inizio del Novecento, prima di entrare nella collezione Wildenstein a New York, l’opera sembra essere stata conservata in Spagna. Nel febbraio 2026 è stata acquistata dal Ministero della Cultura italiano e destinata al Museo Nazionale d’Abruzzo dell’Aquila.
Le dimensioni estremamente ridotte e la presenza di due immagini devozionali indicano che la tavoletta era probabilmente destinata alla devozione privata. È plausibile che il proprietario la portasse con sé, custodita in un piccolo contenitore di stoffa o di cuoio, utilizzandola come supporto per la meditazione e la preghiera personale.
Sul recto è raffigurato l’Ecce Homo, cioè Cristo presentato al popolo dopo la flagellazione. Antonello lo rappresenta a mezzo busto dietro un parapetto marmoreo sul quale compare l’iscrizione INRI, resa come se fosse scolpita nella pietra. L’artista introduce un accorgimento compositivo particolarmente originale: il corpo di Gesù è leggermente ruotato e inclinato in avanti, creando una sensazione di presenza fisica e di movimento trattenuto che rompe la consueta rigidità di questa iconografia.
La corona di spine, le gocce di sangue che scendono dalla fronte e la corda al collo alludono alle torture appena subite. Il volto, segnato dal dolore ma non deformato dalla sofferenza, stabilisce un rapporto diretto con lo spettatore: gli occhi lucidi e la bocca socchiusa suggeriscono un pianto trattenuto che invita alla partecipazione emotiva.
Un ruolo fondamentale è svolto dalla luce, che illumina il torace e la spalla sinistra modellando il corpo con straordinaria delicatezza. Questa attenzione alla resa luministica e alla fisicità della figura testimonia l’originale sintesi che Antonello seppe elaborare tra la tradizione pittorica italiana e gli stimoli provenienti dall’arte nordica.
Sul verso della tavola è raffigurato San Girolamo inginocchiato in un paesaggio desertico, mentre prega davanti a un piccolo crocifisso infisso nella roccia. Nella mano destra tiene una pietra, tradizionale strumento della sua penitenza. Attorno a lui compaiono libri, un calamaio e una penna, allusione alla sua intensa attività di studioso e alla traduzione della Bibbia in latino, la Vulgata.
Il paesaggio è costruito come una progressione visiva: in primo piano domina un ambiente aspro e roccioso, punteggiato da arbusti e da piccoli serpenti, simboli della dimensione ostile del deserto. Procedendo verso lo sfondo, il panorama si addolcisce con una collina erbosa, uno specchio d’acqua attraversato da una piccola barca e, in lontananza, una città fortificata.
Questa attenzione per il paesaggio rivela il dialogo con la pittura fiamminga contemporanea, come quella di Jan van Eyck e Rogier van der Weyden, influsso che Antonello avrebbe potuto conoscere anche attraverso opere presenti a Napoli alla corte aragonese. Tuttavia la sua interpretazione rimane personale e distinta anche dalle esperienze locali legate a Colantonio.
Lo stato di conservazione della figura di San Girolamo, oggi molto consunta, suggerisce che questo lato della tavola fosse frequentemente baciato durante la preghiera, una pratica diffusa nella devozione privata tardo-medievale.
La piccola tavola si inserisce pienamente nel clima spirituale della devotio moderna, che incoraggiava una relazione diretta e interiorizzata con la figura di Cristo attraverso la meditazione e la lettura personale delle Scritture. In questo contesto l’opera non rappresentava soltanto due episodi della storia sacra, ma funzionava come un vero e proprio strumento meditativo, invitando il fedele a contemplare la sofferenza di Cristo e l’esempio ascetico di Girolamo.
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